IL NOSTRO
ECOMUSEO

Da un’attività di ricerca e di catalogazione degli oggetti legati alla cultura materiale realizzata dalla Scuola Media di Coazze negli anni ’90, nascono le basi dell’Ecomuseo dell’Alta Valsangone, riconosciuto ed istituito dalla Regione Piemonte nel 1999.
Operando all’interno di un’area che abbraccia i comuni di Coazze, Giaveno e Valgioie, l’Ecomuseo si occupa di attività di conservazione e promozione del patrimonio culturale immateriale del territorio. 
Le principali tematiche che caratterizzano l’Ecomuseo dell’Alta Valsangone riguardano la tessitura manuale, specialmente della canapa, la storia industriale della valle, legata soprattutto alla miniera di talco Garida ed alle antiche cartiere, la civiltà del pane, la cui storia si tramanda grazie alle testimonianze di luoghi come i mulini e gli antichi forni di borgata, la religiosità popolare, le tradizioni legate alla quotidianità, tra cui la tutela del dialetto francoprovenzale parlato in Valsangone, le produzioni locali d’eccellenza come il formaggio “Cevrin di Coazze, presidio slow food, ed i prodotti riconosciuti dal marchio De.C.O., infine la storia della Resistenza in Valsangone, tramandata grazie alla tutela dei luoghi simbolo dei fatti avvenuti in quel periodo e all’interno dell’Ecomuseo della Resistenza in Valssangone. L’Ecomuseo ha, inoltre, lo scopo di tutelare e promuovere il patrimonio artistico e letterario legato alla Valsangone, sia del passato che del presente.

la civiltà
del pane

La storia della panificazione in Val Sangone è profondamente legata alla vita contadina di montagna e alle condizioni economiche e sociali delle comunità locali. Fino ai primi decenni del Novecento, il pane non era un alimento quotidiano né scontato: il frumento era raro e costoso e per questo si utilizzavano soprattutto farine di segale, orzo e avena, talvolta integrate con mais o patate. La segale (Secale cereale) in particolare ha rappresentato storicamente un cereale fondamentale per l’economia agricola e l’alimentazione della Val Sangone: una coltura resistente e adattabile che ben si sposa al clima rigido ed ai terreni poveri in alta quota, capace di produrre anche in condizioni difficili, diventando la base del “pane di montagna” locale. Il pane che ne derivava era scuro, compatto e poco lievitato, pensato per durare a lungo e garantire energia più che morbidezza o raffinatezza.
La panificazione era organizzata attorno ai forni comunitari di borgata, veri e propri centri della vita collettiva. Ogni borgata disponeva di un solo forno, dove le famiglie portavano a cuocere il pane dopo aver impastato in casa. La cottura avveniva una o due volte al mese e si producevano grandi pagnotte, che venivano fatte seccare e conservate per settimane. Il pane duro veniva poi ammorbidito con acqua, latte o brodo, oppure utilizzato come base per zuppe e minestre. Questo sistema favoriva la solidarietà tra le famiglie e rafforzava i legami comunitari, fondamentali in un territorio montano spesso isolato.
Durante la Seconda guerra mondiale e gli anni della Resistenza, il pane assunse un valore ancora più profondo, diventando simbolo di sopravvivenza e di condivisione. Le razioni erano scarse e molte famiglie nascondevano la farina o cuocevano di notte per sfuggire ai controlli. Nel dopoguerra, con il miglioramento delle condizioni economiche e la diffusione dei panifici stabili, il pane bianco di frumento si affermò progressivamente, sostituendo quello tradizionale di segale e segnando il declino dell’uso quotidiano dei forni comunitari. Molti forni di borgata furono abbandonati insieme alle case di montagna, mentre altri sono stati recuperati grazie all’impegno di privati ed al sostegno dell’Ecomuseo dell’Alta Val Sangone, diventando importanti testimonianze storiche, culturali e architettoniche.
Oggi la memoria del pane “di una volta” è ancora viva. L’Ecomuseo dell’Alta Val Sangone organizza da anni panificazioni dimostrative per riscoprire la tradizione. Nel territorio di Coazze, in particolare, un gruppo di volontari dell’Associazione Amici dei Cervelli cura le accensioni periodiche dei forni di borgata, tra cui quello della borgata Mattonera, dove ogni settembre si svolge l’evento “Il pane alla borgata Mattonera”.
Il pane di Coazze e di Giaveno hanno inoltre ricevuto il riconoscimento De.C.O., Denominazione Comunale d’Origine, un attestato che il Comune può attribuire ad alcune preparazioni alimentari e lavorazioni artigianali, valorizzando così un prodotto che è simbolo della cultura e della storia locale.

Il sentiero
delle macine

Inaugurato nel 2019 grazie all’impegno dell’Ecomuseo dell’Alta Valsangone e dell’Associazione AIB di Coazze, in collaborazione con il C.A.I. sez. Coazze, il Sentiero delle Macine è un itinerario ad anello di circa 5 km, di difficoltà media, percorribile in circa tre ore. Questo sentiero tematico tocca il territorio di Coazze e di Valgioie.
Il percorso è strettamente legato alla storia dell’estrazione delle macine dalle rocce delle montagne della Val Sangone: una tradizione che, come attestano alcuni documenti storici, risale già alla fine del XIII secolo. Le macine venivano ricavate da scalpellini e contadini locali e destinate ai numerosi mulini presenti in valle e in pianura, arrivando fino a Torino. Lungo il sentiero è ancora possibile osservare alcune macine abbandonate, probabilmente danneggiate o perse durante il trasporto, oltre alle pietre madri dalle quali venivano ricavate.

miniere di talco
di garida

Situata in località Garida a Forno di Coazze, è una delle più antiche delle Alpi e fu attiva dal 1888 al 1968. Il complesso minerario si sviluppa su circa 7 km di gallerie, distribuite su più livelli collegati da gradini e scale, di cui oltre 1 km è oggi visitabile. Il percorso consente di osservare l’evoluzione delle tecniche di estrazione del talco, mettendo a confronto le prime gallerie di fine Ottocento con quelle più recenti, realizzate poco prima della cessazione definitiva dell’attività nel 1968. Le strutture conservano ancora l’aspetto originale degli anni Sessanta, offrendo un autentico spaccato della storia mineraria alpina.
Le prime ricerche documentate risalgono al luglio 1888, quando la ditta Eredi del Cav. Giovanni Tron ottenne un permesso di ricerca nelle località Forno e Indiritto. Nei decenni successivi, diverse società portarono avanti attività di esplorazione e scavo, tra cui la Società Italiana Grafite e Talco (SIGET) e la Società Talco e Grafite Val Chisone, che realizzarono importanti infrastrutture come la Vecchia Garida e la Nuova Garida. Nel 1925 fu inoltre costruita una teleferica che collegava la miniera alla Frazione Sangonetto, da dove il talco veniva trasportato ai mulini situati lungo il torrente Sangone per la lavorazione.
Le attività estrattive rimasero sempre contenute, ma conobbero una certa intensificazione durante il periodo bellico, quando il talco venne utilizzato come sostituto dei grassi nella produzione dei saponi. Negli anni più duri della Seconda Guerra Mondiale, tuttavia, l’estrazione fu interrotta e la miniera assunse un ruolo fondamentale per la popolazione locale, diventando rifugio per civili e partigiani in fuga dai rastrellamenti nazi-fascisti.
Nel dopoguerra l’attività riprese, ma i risultati rimasero modesti: nel 1959 la produzione annua era di circa 30 tonnellate, a fronte di una media piemontese di oltre 60.000 tonnellate. La difficoltà nel reperire nuovi giacimenti e la crescente concorrenza internazionale portarono alla chiusura definitiva della miniera nel 1968.
Il talco della Val Sangone appartiene a un importante filone minerario che si estende per circa 20 km, dal Colle della Roussa attraverso le valli Chisone e Germanasca fino alla Val Pellice, con uno spessore medio di circa un metro e punte locali fino a 10 metri. Sullo stesso filone sorgono altre miniere, alcune oggi valorizzate come ecomusei, e quella di Rodoretto (Comune di Prali), tuttora attiva e gestita dalla Luzenac Val Chisone (gruppo Rio Tinto), dove si estrae il celebre “Bianco delle Alpi”, considerato il talco più puro al mondo e particolarmente apprezzato dal settore farmaceutico.
L’importanza delle risorse minerarie della Val Sangone è attestata anche in epoca precedente all’avvio ufficiale delle attività estrattive. In una relazione del 31 dicembre 1783, il conte Ludovico Birago di Vische ricordava infatti l’impiego della cosiddetta “terra di Giaveno” nella composizione delle sue porcellane.
Dal 1994, grazie alle iniziative di valorizzazione culturale promosse dall’Ecomuseo dell’Alta Val Sangone e dal perito Alberto Rossi, la miniera di Garida è stata recuperata come sito di interesse storico e turistico. Oggi è gestita dall’Associazione di Promozione Sociale GECO, che organizza visite guidate mensili, permettendo ai visitatori di conoscere la storia dell’estrazione del talco e il ruolo centrale che la miniera ha avuto nella vita economica e sociale della valle. Il nome “Garida” deriva dalle vicine Case Garida e dalla parola provenzale garida, derivante dal francese garir che significa “riparare, proteggere”, evocando l’idea di un luogo sicuro e riparato.

l'antica arte
tessile

Le prime testimonianze scritte dell’attività di tessitura a Coazze risalgono al 1553. Alla fine del Settecento il paese contava circa 500 telai, segno di una produzione tessile particolarmente sviluppata. Il Casalis scrive infatti che «la maggior parte dei coazzesi è pertanto dedita ai lavori campestri, specialmente nell’arte di tessere la tela, dalla quale occupazione ricavano un considerevole vantaggio» (Dizionario geografico, storico, statistico e commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, vol. V, 1839).
L’elevata specializzazione raggiunta dagli artigiani locali portò alla realizzazione di manufatti di grande pregio, conosciuti e apprezzati in tutta la Savoia, tanto da essere commerciati fino a città lontane come Lione. Questa importante risorsa economica consentì a molti abitanti della valle di evitare l’emigrazione.
In una fase successiva, l’attività tessile assunse anche un carattere industriale, estendendosi ai settori del cotone e della juta. Lungo il corso del Sangone sorsero importanti stabilimenti, come lo Jutificio De Fernex e la Tessitura e Manifatture Dora, che rimasero attivi fino al secondo dopoguerra.
Con l’industrializzazione, l’integrazione al reddito che i contadini cercavano nei telai domestici venne progressivamente sostituita dal lavoro nei telai industriali, e il numero dei telai privati diminuì rapidamente. Già nel 1932 si registra un drastico calo della manifattura casalinga: pochi continuano a tessere al telaio o a filare la lana. Anche la tessitura industriale, tuttavia, seguì un percorso simile. Dopo un periodo di sviluppo, il settore entrò in crisi, complice la Seconda guerra mondiale. La Manifatture Dora chiuse infatti durante il conflitto, mentre il Jutificio De Fernex cessò definitivamente l’attività nel 1965.
Si lavorava principalmente la canapa, una fibra che in passato veniva tessuta soprattutto dai contadini nei periodi di minor lavoro agricolo o dalle donne anziane, quando non erano più in grado di svolgere i lavori più pesanti nei campi.
Il ciclo produttivo era completo e iniziava con la coltivazione della canapa (Cannabis sativa). Le qualità della sua fibra spiegano il successo nella tessitura tradizionale: i tessuti sono freschi d’estate e caldi d’inverno, resistenti, durevoli e confortevoli. Con la canapa si realizzavano corde, abiti e biancheria domestica, apprezzati per la loro straordinaria durata. A ciò si aggiunge la facilità di coltivazione nei climi temperati, elementi che rendono comprensibile perché questa pianta abbia rappresentato, anche a Coazze, una risorsa preziosa e duratura nel tempo. Dopo il taglio, i fusti della canapa venivano lasciati a macerare in acqua; successivamente le fibre, rese morbide, venivano cardate, filate e infine tessute su grandi telai di legno. Questi telai, molto imponenti, misuravano solitamente tra i 3 e i 4 metri di lunghezza ed erano realizzati in legno di castagno, scelto per la sua resistenza alle sollecitazioni e all’umidità. Le stecche del pettine, ovvero lo strumento che stabilisce la distanza tra un filo e l’altro dell’ordito, invece, venivano solitamente realizzate in bambù. Proprio a causa delle loro dimensioni, i telai venivano collocati nelle stalle, che erano gli ambienti più spaziosi della casa e anche i più caldi durante l’inverno, grazie alla presenza degli animali.
Oggi il maestro Bruno Tessa, ex insegnante elementare, rappresenta il principale testimone della conservazione e della trasmissione delle tecniche tradizionali di produzione della fibra e del filo di canapa (che coltiva nei terreni di famiglia nella borgata Mattonera, a circa mille metri di altitudine), nonché della tessitura. Grazie al lavoro di recupero del Maestro Bruno Tessa, un telaio ottocentesco perfettamente conservato è esposto presso l’Ecomuseo dell’Alta Val Sangone.

la lingua
franco
provenzale

La parlata dell’Alta Val Sangone è classificata dai linguisti come francoprovenzale, una varietà linguistica che ha conservato caratteristiche arcaiche grazie all’isolamento geografico della valle, situata in posizione marginale rispetto alle grandi vie di comunicazione. A Coazze, in particolare, questo isolamento ha favorito la sopravvivenza del patois fino ai giorni nostri.
Il termine francoprovenzale viene utilizzato dal 1873, quando il linguista Graziadio Ascoli ne individuò i tratti distintivi, definendolo una lingua autonoma, storicamente indipendente sia dal francese sia dal provenzale. Quest’area linguistica comprende, i dialetti delle vallate alpine del Piemonte occidentale che vanno dalla Val Sangone a sud alla Val Soana, comprendendo la Bassa Val Susa, la Val Cenischia, le Valli di Lanzo e la Valle dell’Orco. A questi dialetti si aggiungono quelli della Valle d’Aosta e, al di là delle Alpi, quelli della Svizzera Romanda e di diversi dipartimenti della Francia sud-orientale.
Per quanto riguarda la Val Sangone, gli studiosi ritengono che in epoca antica vi si parlasse occitano e che il passaggio al francoprovenzale sia avvenuto progressivamente a partire dall’Alto Medioevo, in particolare dal IX secolo. Questo cambiamento fu favorito dall’ascesa dei Franchi e dallo spostamento delle principali vie di comunicazione dal Monginevro al Moncenisio, che aprì la bassa Val di Susa e, più lentamente, anche la Val Sangone all’influsso culturale francoprovenzale. A Coazze si può quindi parlare di un processo graduale di francoprovenzalizzazione.
Ancora oggi il patois francoprovenzale è presente a Coazze e nelle borgate più alte: la maggior parte degli adulti lo comprende e lo parla, mentre tra i giovani, anche a causa della tendenza dei genitori a utilizzare l’italiano con i figli fin dalla prima infanzia, è più diffusa la comprensione passiva che l’uso fluente della lingua. La diffusione dell’italiano e dei dialetti limitrofi, insieme ai cambiamenti della vita moderna, ha progressivamente ridotto l’uso quotidiano del patois, mettendone a rischio la vitalità.
All’interno del territorio comunale di Coazze si possono distinguere diverse aree linguistiche. Le borgate montane presentano una parlata più conservatrice che mostra anche differenze lessicali piuttosto e fonetiche piuttosto forti tra le varie zone, mentre nel capoluogo si riscontrano evidenti influenze del piemontese e dell’italiano. Alcune borgate, come Selvaggio e Combacalda, mostrano invece caratteristiche miste, dovute alla loro posizione di confine e ai contatti con Giaveno.
Il patois dell’Alta Val Sangone conserva tracce delle numerose popolazioni che si sono succedute nel tempo: dai Liguri ai Celti, dai Romani ai popoli germanici, fino alle influenze medievali. Questi elementi linguistici rendono il francoprovenzale di Coazze non solo un mezzo di comunicazione, ma anche una preziosa testimonianza della storia e dell’identità culturale della valle.
L’EFFEPI
L’EFFEPI è un’Associazione di Studi e Ricerche Francoprovenzali attiva dal 1980 con l’obiettivo di tutelare e promuovere la lingua e la cultura francoprovenzale. L’associazione opera nelle valli interessate dalla parlata francoprovenzale per salvaguardare non solo la lingua, ma anche l’identità culturale delle comunità che la esprimono attraverso canti, danze e costumi tradizionali.

la lotta
partigiana

La Val Sangone, con la sua posizione strategica tra Torino, le montagne e le vie verso la Francia, diventa fin dall’autunno del 1943 teatro di resistenza armata contro l’oppressione nazifascista. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, in Val Sangone si rifugiarono numerosi soldati sbandati e fuggitivi dai rastrellamenti tedeschi. La popolazione civile e figure di rilievo del posto come Enrico Valobra a Coazze e il notaio Guido Teppati a Giaveno, insieme al clero locale, sostennero attivamente il movimento offrendo viveri, ripari e sostegno, senza che ciò significasse necessariamente un’adesione ideologica alla lotta partigiana.
Tra settembre e ottobre 1943, sotto la guida del Maggiore degli Alpini Luigi Milano, si formarono i primi gruppi partigiani della valle. Vi aderirono giovani ufficiali come Giulio e Franco Nicoletta, Eugenio Fassino, Sergio De Vitis e altri militari e civili, insieme a ex prigionieri alleati. Le prime bande partigiane si disposero al Ciargiur, sede del comando del Magg. Milano, alla Dogheria (Cantelli – Bertolani), al Palé (Nicoletta – Fassino), mentre la popolazione civile e il clero fornirono sostegno fondamentale. La cattura del Maggiore Milano, il 22 ottobre, non fermò le azioni dei partigiani, che continuarono a colpire presidi e depositi tedeschi, affrontando rastrellamenti sempre più duri. Tra le prime vittime civili vi furono il pittore Maurizio Guglielmino e la valligiana Evelina Ostorero, uccisi a Forno di Coazze, episodi che rafforzarono nei valligiani lo sdegno verso l’occupante e la solidarietà verso i partigiani.
Con l’arrivo del Maggiore Torchio, inviato dal CLN, le formazioni partigiane si riorganizzarono: Giulio Nicoletta guidò il gruppo centrale, mentre De Vitis, Fassino e altri ufficiali locali presero il comando delle bande “Sergio”, “Nino”, “Carlo” e “Nicoletta”. La valle passò gradualmente sotto il controllo dei partigiani, che operarono in montagna e in pianura, organizzando colpi di mano, imboscate e razzie di materiale nemico per equipaggiare le formazioni sempre più numerose, composte anche da renitenti alla leva fascista e prigionieri sovietici, polacchi, cecoslovacchi e inglesi.
Parallelamente anche le operazioni di repressione si intensificarono. L’episodio più grave fu l’eccidio di Cumiana del 3 aprile, durante il quale forze tedesche, affiancate da militi della Repubblica Sociale Italiana, uccisero 50 civili e un partigiano. L’uccisione avvenne poco prima dell’arrivo del comandante partigiano Giulio Nicoletta, che era stato convocato per un possibile scambio di prigionieri. Lo scambio poté essere effettuato soltanto con gli ostaggi sopravvissuti.
Il maggio 1944 segnò il momento più tragico per la Resistenza in Val Sangone. Tra il 10 e il 18 maggio le truppe nazifasciste del generale Hansen sferrarono un grande rastrellamento, attaccando in forze dalle valli di Susa, del Chisone e dal fondovalle. Gli scontri più duri avvennero sotto il Col della Roussa (Alpeggio Sellery e Palazzina Sertorio), al Col Bione, nell’alta valle dell’Indiritto e al Pontetto.
A seguito di questi scontri, ventiquattro partigiani, catturati e detenuti nel carcere improvvisato presso la scuola elementare di Coazze (ora Oratorio), vennero trasferiti in località Forno, a circa 950 metri di altitudine. Qui furono costretti a scavare una grande fossa nei pressi del torrente Sangone e fucilati alle gambe. Per due giorni l’area venne interdetta alla popolazione locale; solo in seguito i corpi furono sommariamente ricoperti di terra e pietre. Nello stesso periodo, altri quattro partigiani furono fucilati a Forno.
Il 21 maggio, a seguito di un attacco a un’autovettura tedesca con a bordo un alto ufficiale delle SS al Colle Braida, circa trecento uomini vennero presi in ostaggio a Giaveno; la borgata San Pietro, situata sotto la Sacra di San Michele, fu cannoneggiata e la Sacra stessa sottoposta a perquisizione. Il giorno seguente le abitazioni della borgata Basinatto furono saccheggiate e incendiate. Il 23 maggio anche la borgata del Selvaggio, tra Giaveno e Coazze, venne bombardata e completamente distrutta.
Nonostante queste perdite, la Resistenza si riorganizzò rapidamente. Il 12 giugno 1944, Giulio Nicoletta fu eletto comandante della Brigata Autonoma Val Sangone. In questa fase, De Vitis si distinse durante l’attacco alla polveriera di Sangano, cadendo eroicamente per coprire la ritirata dei suoi uomini, mentre Fassino continuava a guidare le bande in azioni di guerriglia e nella gestione logistica. La popolazione di Coazze rimase un supporto fondamentale, offrendo aiuto materiale e protezione ai partigiani.
Durante l’estate e l’autunno del 1944, le bande della Val Sangone superarono il migliaio di effettivi, consolidando il controllo della vallata, coordinandosi con altre formazioni e con le missioni alleate, e continuando ad operare anche in pianura e verso Torino.
Nella notte del 26 giugno 1944, gli uomini di Sergio De Vitis, partiti da Piossasco, si mossero per attaccare il presidio della Polveriera di Sangano. Durante l’azione Sergio De Vitis venne colpito a morte da una raffica di mitragliatrice. Il 17 agosto 1944, tradito dalle brigate nere, venne impiccato a Giaveno insieme ad altri tre partigiani, Felice Cordero di Pamparato detto il “Campana” comandante dell’omonima brigata.
Nonostante le offensive nemiche e la tragica perdita di altri comandanti, la Resistenza mantenne un’organizzazione efficiente e autonoma.
Infine, tra gennaio e aprile 1945, le formazioni partigiane rafforzarono i legami con la popolazione, fornirono assistenza agli aviatori alleati e parteciparono con circa mille uomini alla liberazione di Torino il 25 aprile. Dopo venti mesi di guerra, le formazioni consegnarono i poteri al CLN di Giaveno: il regime nazifascista crollò e iniziò la democrazia in Italia. La Resistenza della Val Sangone, con la popolazione al centro del sostegno civile e con figure come De Vitis, Nicoletta e Fassino, rimane simbolo di coraggio, organizzazione e solidarietà.
Dal 2022, l’Ecomuseo dell’Alta Val Sangone ospita l’Ecomuseo della Resistenza in Val Sangone, un’esposizione permanente realizzata grazie al sostegno economico della Città Metropolitana di Torino nell’ambito del progetto Pa.C.E.
L’esposizione è visitabile gratuitamente negli orari di aperura al pubblico dell’ufficio turistico comunale, consultabili sul sito del Comune di Coazze (gli orari subiscono variazioni stagionali).
Per maggiori informazioni: https://ecomuseoresistenza.wixsite.com/coazze/la-resistenza-in-val-sangone e https://valsangoneluoghimemoria.altervista.org/